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Baustelle – Antropophagus (2008)

I Baustelle si formano a metà degli anni 90 nella zona di Montepulciano (Siena), come classica formazione di studenti universitari che condividono la passione per la musica. L’anima del gruppo, colui che scrive le canzoni nonché l’aspirante frontman, è Francesco Bianconi. Gli altri membri sono Rachele Bastreghi (tastiere e voce femminile), Fabrizio Massara (arrangiatore elettronico e tastierista), e Claudio Brasini (chitarra). La sezione ritmica muterà continuamente durante il percorso del gruppo. Dopo i primo canonici Ep di diffusione carbonara, nel 2000 i Baustelle autoproducono assieme ad Amerigo Verardi il primo album, Sussidiario Illustrato Della Giovinezza, scritto da Bianconi e arrangiato insieme al resto della band. Come il titolo tradisce, si tratta di una sorta di concept che raccoglie canzoni espressive di un’adolescenza romantica, tormentata, spiritosa e tutta italiana. Da subito sono chiare le potenzialità del gruppo: il grande talento compositivo di Bianconi si esprime in ottime canzoni pop, capaci di essere coinvolgenti, aggressive e intensamente romantiche, sommandosi a una liricità incentrata su testi borghesi, visionari e bizzarri, densi di riferimenti e citazioni, e alla notevole interpretazione delle voci impostate di Bianconi e della Bastreghi.
I loro duetti piacciono così tanto che la fama dei Baustelle fa il giro del paese con il solo passaparola, e il “Sussidiario” (premiato come Miglior Debutto dell’anno dalla rivista Mucchio Selvaggio) diventa un disco di culto per una generazione che non si ritrova più nelle classifiche nazionali, ma cerca nella musica indipendente i nuovi miti. Il “Sussidiario” è un album incredibilmente fresco, ispirato, ricco tanto di idee geniali come “La Canzone Del Parco”, “Cinecittà”, o “Il Musichiere 99”, quanto di potenziali singoli rockeggianti come “Le Vacanze dell’83”, “Gomma” o “La Canzone del Riformatorio”. Gli scarsi mezzi di produzione conferiscono un suono lo-fi, spolverato di elettronica retrò, la cui spontaneità fa letteralmente innamorare ascoltatori e critici, anche se i Baustelle rimangono per il momento un fenomeno esclusivamente underground. Il successivo La Moda Del Lento arriva nel 2003 e va ricordato, oltre che per i testi di Bianconi, per i contributi compositivi di tutta la band, e per il gran lavoro sui suoni svolto da Massara in un disco che si permette persino lunghe parti strumentali, come nella sopraffina “Love Affair”. Il chiaro intento dei Baustelle è quello di uscire dall’ambito indie prendendo a modello il pop melodico italiano più tradizionale, senza rinunciare a un suono che resta molto personale. Si conferma l’aspirazione di Bianconi per la perfezione classica, il suo amore per il classicismo e la smisurata passione per il cinema e la letteratura. Buono il riscontro da parte della critica, mentre il gruppo dimostra di sapersi evolvere, di non ripetersi e di avere enormi potenzialità. Il successo di massa resta ancora un miraggio. Le cose cambiano quando a fare un’offerta a Bianconi e compagni è la Warner Records: forte di un budget che gli consente di produrre un disco come ha sempre desiderato, Bianconi registra La Malavita a Torino, servendosi di un’orchestra sinfonica e moderne tecnologie di mixaggio e filtraggio dei suoni. Il risultato è nulla di più lontano dal ruvido “Sussidiario”, e il vecchio pubblico che sotto la doccia canticchia ancora “Le Vacanze dell’83” si ritrova con un disco maturo, serio, e soprattutto con un singolo che passa alla radio. Nel febbraio 2008 esce, di nuovo per la Warner, Amen, che conferma il new deal dei Baustelle verso un pop d’autore, con arrangiamenti importanti e produzione elaborata. E’ il disco che afferma la band definitivamente e ne rappresenta un altro tassello nel percorso di maturazione, al prezzo di perdere per strada un altro membro (il batterista Claudio Chiari), divenendo così un trio. Il desiderio di Bianconi di scrivere una colonna sonora si realizza con Giulia non esce la sera (2009) di Giuseppe Piccioni, pellicola drammatica con Valeria Golino e Valerio Mastrandrea. Si tratta di una colonna sonora principalmente strumentale, fatta di brevi movimenti per quartetto d’archi, sulla scia della moderna tendenza minimal-classicista. I mistici dell’Occidente (2010), prodotto dall’irlandese Pat McCarthy e per la prima volta da Bianconi stesso, presenta un’orecchiabilità diversa rispetto al passato, in certi casi inconfutabilmente anglosassone, con arrangiamenti sempre più tesi all’internazionalismo e alla fruibilità per le masse. Un solenne organo fa da preludio a “L’indaco”, accorato incipit di memoria vagamente floydiana; un’ideale introduzione tematica a “San Francesco”, che irrompe con un riff distorto, seguito dall’immancabile sezione d’archi. E’ invece un arpeggio di chitarra in stile troubadour a sorreggere le strofe della title track, tratta da un saggio filosofico di Elémire Zolla. Fantasma è stato un disco importante, persino “ingombrante”, un lavoro che ha certificato la profondità, lo spessore della scrittura dei Baustelle, in grado di produrre un concept con un peso specifico d’altri tempi, una di quelle pietre angolari destinate a restare, dense di significati e riferimenti incrociati, come ben pochi saprebbero fare oggi. Marie è un disco elegante e mai sopra le righe, dove la disillusione per amori finiti prende spesso il centro della scena. E’ una prova che promuove a pieni voti la figura della Bastreghi fra le primedonne della canzone italiana contemporanea. Fra gli ottimi musicisti coinvolti, vanno segnalate almeno le presenze di Mauro Pagani, Fabio Rondanini (il batterista dei Calibro 35) e Sergio Carnevale dei Bluvertigo. Produce Giovanni Ferrario. Il capitolo successivo firmato Baustelle prende il via il 21 ottobre 2016, quando viene rilasciato “Lili Marlene”, brano regalato sul web ai fan, che non sarà compreso nel nuovo album L’amore e la violenza, pubblicato il 13 gennaio 2017. Nelle poche interviste che ne hanno anticipato la pubblicazione, Francesco Bianconi ha definito “ingombrante” l’eredità di “Fantasma”, che ha fatto scattare la vitale esigenza di un “ritorno alle origini”, di una repentina inversione di marcia che riportasse il loro suono alla freschezza e al ritmo degli esordi. La prima associazione che viene in mente ascoltando il singolo anticipatore, “Amanda Lear”, è con i suoni sintetici e sbarazzini de “La moda del lento”, un approccio distante anni luce dalla pretenziosità sinfonica e lirica raggiunta con “Fantasma”, una convinta sterzata verso una scrittura più “adolescenziale”, sì, ma che non intende rinunciare alla poetica “alta”, colta, ricercata, tipica del songwriting di Bianconi, oggi intento ad alternare drammatici temi d’attualità (l’idiozia di questi anni) con vivide istantanee che immortalano la quotidianità di ognuno di noi, mettendo in sequenza jihadisti e scambisti, attentati e discoteche, governi in bilico e dipendenze, guerre e sesso, violenza e amore. Ma di lì a poco è già il momento di aggiungere un nuovo tassello: il 2018 prevede la pubblicazione de L’amore e la violenza Vol. 2. Anche nel momento in cui i Baustelle definiscono i propri lavori come “oscenamente pop” o composti da “dodici nuovi pezzi facili”, anche quando l’involucro musicale contenente i testi di Francesco Bianconi vira verso il disimpegno, persino quando il trio si lascia trascinare da un’inedita urgenza compositiva, i loro progetti restano carichi di riferimenti, densi di citazioni, solo apparentemente semplici da decodificare.

Il disco debutta alla quarta posizione della classifica ufficiale italiana FIMI, risultando, alla fine del 2008, il 48º più venduto con 32 settimane non consecutive in classifica. La scrittura delle canzoni ha occupato solo due mesi di lavoro, successivamente Francesco Bianconi ha pre-prodotto le tracce con il software Apple GarageBand, mentre le registrazioni e il missaggio sono avvenuti tra aprile e agosto del 2007 al Transeuropa Studio di Revigliasco, in provincia di Torino. La produzione esecutiva è di Roberto Trinci mentre la produzione artistica è stata affidata a Carlo Ubaldo Rossi con la collaborazione del gruppo e di Mauro Tavella. Fa eccezione l’orchestra d’archi registrata nello studio fondato da Mauro Pagani, le Officine Meccaniche di Milano, sempre da Carlo U. Rossi con la collaborazione di Giuseppe Salvadori e Antonio Cupertino. Invece, il brano No Steinway è stato registrato e mixato da Davide Cristiani al Bombanella Studio di Marano sul Panaro, in provincia di Modena. Infine è stato masterizzato da Antonio Baglio al Nautilus Studio di Milano. Alle registrazioni partecipano anche il musicista etiope Mulatu Astatke, compositore della colonna sonora di Broken Flowers di Jim Jarmusch (e anche autore della prima traccia E così sia); Alessandro Alessandroni, celebre per i suoi fischi nelle colonne sonore dei film di Ennio Morricone, oltre che fischiare in Spaghetti Western, suona la fisarmonica, il sitar e la chitarra acustica; la cantautrice Beatrice Antolini; Alessandro Maiorino (che collaborerà con il gruppo anche per gli album successivi) e Sergio Carnevale. Inoltre Francesca Genti è coautrice insieme a Bianconi del testo di Dark Room. La produzione e gli arrangiamenti sono stati definiti dallo stesso Bianconi molto complessi e stratificati, quasi “barocchi”. Anche la critica concorda nel definire gli arrangiamenti “stratificati ed intricati” “consistenti in cui spiccano archi, ottoni e bellissime melodie” ma “lontani dall’appesantire i motivi, ne esaltano la musicalità e donano insieme enfasi, leggerezza, slancio”. Nel disco, data la lunga durata, sono state nascoste due tracce in negativo: No Steinway e Spaghetti Western.

Antropophagus è “una fotografia visionaria di Piazza Duca d’Aosta a Milano, davanti alla Stazione Centrale”, una canzone che parla “del sentirsi emarginati a Milano”. L’immaginario invocato dalla canzone comprende di tutto: gente dell’est, barboni, ubriachi, famiglie accampate sull’aiuola e persino tribù di cannibali.

Alla Stazione c’è un bel sole come in altri posti
Amore mio dolcissimo c’è un verme nel caffè
Per punizione c’è l’hamburger
Ci spingiamo, abbiamo barbe, abbiamo fede
Abbiamo sputi, abbiamo buchi sul gilet
Siamo accampati sull’aiuola
La colomba morta vola
C’è una rissa, bottigliate in faccia
Vuoti a perdere, guardiamo i treni
E gli areroplani, russi e lituani
Ci scambiamo la Peroni e un po’di tonno in scatola

Abbiamo il sushi, abbiamo il vino
Spezziamo il pane e la schiena al cane
There is no sushi, no Corso Como
Ci piace l’Uomo, non c’è sindacato
Non c’è stato mai nessuno
Che mi ha amato tanto come questa notte
Muoio. Ho fame, amore mio.
Dice il governo che è passato ormai l’inferno
E ti ho sposato. Qui, fra i topi neri e i fiori
Il cranio ti ho baciato

Alla stazione c’è un bel niente
Come in altri mondi che sono possibili
Per me, per te, per chi altro arriverà
Perciò pranziamo e poi pisciamo
Contro i muri di Milano
Controvento ci sposiamo
Oggi si vola, oggi si va
Mangiamo a pezzi i nostri figli
E qualche avanzo lo incartiamo
Dentro un foglio di giornale
Prima o poi ci servirà
Amiamo l’Uomo e il suo sapore
I signori e le signore
Il loro eterno roteare
Come agnello nel kebab

Abbiamo il sushi, abbiamo il vino
Spezziamo il pane e la schiena al cane
There is no sushi, no Corso Como
Ci piace l’Uomo, non c’è sindacato
Non c’è stato mai nessuno
Che mi ha amato tanto come questa notte
Muoio. Ho fame, amore mio.
Dice il governo che è passato ormai l’inferno
E ti ho sposato. Qui, fra i topi neri e i fiori
Il cranio ti ho mangiato.